Quando un ragazzo è pronto per andare via: la vittoria più difficile di una scuola calcio

Ci sono vittorie che si festeggiano con una coppa.

Altre con una promozione.

Altre ancora con una partita memorabile.

Poi ce ne sono alcune più difficili da spiegare.

Perché fanno sorridere e, allo stesso tempo, lasciano un piccolo vuoto.

Succede quando un ragazzo cresciuto con te è pronto per andare via.

Quando arriva una chiamata.

Quando si presenta un’opportunità più grande.

Quando capisci che quel giovane calciatore ha raggiunto un livello che merita un nuovo contesto, nuovi stimoli, nuove difficoltà.

È un momento strano.

Perché una parte di te vorrebbe trattenerlo.

Ma un’altra sa che sarebbe sbagliato.

E allora capisci una cosa importante:

a volte la vittoria più grande di una scuola calcio è preparare un ragazzo abbastanza bene da non aver più bisogno di restare con te.


Trattenere non significa sempre proteggere

Nel calcio giovanile esiste una tentazione molto forte.

Quella di voler tenere i ragazzi migliori.

È comprensibile.

Un giocatore forte aiuta la squadra.

Fa crescere il livello degli allenamenti.

Può contribuire ai risultati.

Dà prestigio alla società.

Ma una scuola calcio dovrebbe farsi una domanda diversa:

qual è la scelta migliore per il ragazzo?

Non per la classifica.

Non per la società.

Non per l’allenatore.

Per lui.

Perché se un giovane calciatore ha davvero la possibilità di confrontarsi con un livello superiore, impedirgli di farlo soltanto per non indebolire la propria squadra rischia di trasformare un rapporto educativo in un rapporto di possesso.

E il calcio dei ragazzi non dovrebbe funzionare così.


Una scuola calcio non dovrebbe avere paura di perdere i propri migliori giocatori

Anzi.

Dovrebbe essere orgogliosa.

Perché quando un ragazzo viene osservato, richiesto o scelto da una realtà superiore, significa che qualcosa nel percorso ha funzionato.

Significa che qualcuno lo ha visto crescere.

Che qualcuno ha lavorato sui suoi difetti.

Che allenamento dopo allenamento sono stati costruiti strumenti.

Che quel ragazzo è diventato interessante anche fuori dal proprio ambiente.

Questo dovrebbe essere uno dei parametri con cui valutare il lavoro di un settore giovanile.

Non soltanto:

quanti campionati abbiamo vinto?

Ma anche:

quanti ragazzi abbiamo aiutato a fare un passo avanti?


Il successo di una scuola calcio non si misura soltanto da chi rimane

Si misura anche da chi parte.

Soprattutto quando parte nel momento giusto.

Un giovane calciatore che viene accompagnato verso un’opportunità superiore racconta molto della società da cui proviene.

Racconta il lavoro degli allenatori.

La continuità degli allenamenti.

Le correzioni.

Le partite giocate.

Gli errori.

Le difficoltà superate.

Le persone incontrate.

Dietro una firma o un trasferimento non c’è quasi mai un singolo momento.

C’è un percorso.

Spesso lungo anni.

Ed è questo che dovrebbe rendere orgogliosa una scuola calcio.

Non il poter dire:

“Questo ragazzo è nostro.”

Ma poter dire:

“Abbiamo contribuito alla sua crescita.”

La differenza sembra piccola.

In realtà cambia completamente il modo di intendere il settore giovanile.


Quando è davvero il momento di andare?

Questa è la parte più difficile.

Perché non tutte le opportunità sono automaticamente opportunità migliori.

Un nome più importante non significa necessariamente un percorso migliore.

Un ambiente più prestigioso non garantisce più spazio.

Un trasferimento anticipato può perfino rallentare la crescita.

Per questo ogni situazione va valutata con attenzione.

Bisogna chiedersi:

Il ragazzo è tecnicamente pronto?

È fisicamente pronto?

È abbastanza maturo?

Come vivrà un ambiente più competitivo?

Avrà realmente possibilità di allenarsi e giocare?

Qual è il progetto della società che lo vuole?

Perché lo sta cercando?

Cosa può offrirgli che oggi non ha?

Solo dopo aver risposto a queste domande si può capire se si tratta davvero di un passo avanti.

Perché l’obiettivo non dovrebbe essere andare via il prima possibile.

L’obiettivo dovrebbe essere andare via quando è il momento giusto.


Non bisogna avere fretta

Il calcio giovanile è pieno di ragazzi che vogliono bruciare le tappe.

E spesso la fretta non nasce neppure da loro.

Nasce dagli adulti.

“Deve andare in una professionistica.”

“Qui ormai perde tempo.”

“Se non cambia squadra adesso perderà il treno.”

Ma quale treno?

Un bambino o un ragazzo non ha una sola occasione nella vita.

La crescita non funziona secondo scadenze identiche per tutti.

A volte rimanere un altro anno in un ambiente dove si è protagonisti, seguiti e stimolati può essere molto più utile che anticipare un trasferimento.

Altre volte, invece, restare significa non ricevere più abbastanza stimoli.

Non esiste una regola universale.

Esiste soltanto la necessità di mettere il ragazzo al centro della decisione.


Andare in una società più grande non significa essere arrivati

Questo è un altro messaggio fondamentale.

Il trasferimento non è il traguardo.

È l’inizio di una nuova fase.

Cambierà il ritmo.

Cambieranno le richieste.

Aumenterà la concorrenza.

Ci saranno ragazzi altrettanto bravi, o più bravi.

Potrebbe non essere più sempre titolare.

Potrebbe vivere difficoltà che prima non conosceva.

E proprio per questo il lavoro fatto negli anni precedenti diventa decisivo.

Se un ragazzo è stato abituato soltanto a sentirsi importante, potrebbe soffrire.

Se invece ha imparato a lavorare, accettare le correzioni, reagire agli errori e confrontarsi con chi è più forte, avrà strumenti migliori per affrontare il nuovo percorso.

Ecco perché preparare un ragazzo ad andare via non significa soltanto migliorarlo tecnicamente.

Significa renderlo autonomo.


Il giorno in cui non avrà più bisogno di noi

Forse questo dovrebbe essere uno degli obiettivi più belli di ogni allenatore giovanile.

Arrivare a un momento in cui il ragazzo ha acquisito così tanti strumenti da poter proseguire altrove.

Non perché non abbiamo più nulla da insegnargli.

Ma perché adesso ha bisogno di nuovi insegnanti.

Nuovi avversari.

Nuove esperienze.

Un livello differente di difficoltà.

È quello che accade anche nella scuola.

Un bravo insegnante non cerca di tenere per sempre i propri studenti.

Li prepara per il livello successivo.

Il settore giovanile dovrebbe avere la stessa mentalità.


Anche per l’allenatore è difficile

Non parliamo abbastanza di questo aspetto.

Un tecnico può lavorare con un ragazzo per anni.

Lo vede arrivare magari piccolo, timido, ancora tecnicamente acerbo.

Poi assiste ai miglioramenti.

Lo corregge.

Discute con lui.

Lo incoraggia.

Lo vede segnare il primo gol importante.

Affrontare una delusione.

Crescere fisicamente.

Cambiare carattere.

Diventare un punto di riferimento.

E poi un giorno quel ragazzo va via.

È normale provare un po’ di dispiacere.

Perché dietro il rapporto allenatore-calciatore, soprattutto nel settore giovanile, esiste spesso anche una relazione umana.

Ma proprio lì bisogna ricordare qual era l’obiettivo.

Non costruire dipendenza. Costruire crescita.

Se quel ragazzo è pronto per una nuova sfida, il tecnico dovrebbe sentirsi parte di quel risultato.


Anche la società deve saper mettere da parte l’ego

A volte una scelta giusta per il ragazzo può essere scomoda per la società.

Si perde un titolare.

Si indebolisce una squadra.

Magari arriva nel momento meno conveniente.

Ma qui emerge la differenza tra dichiarare di lavorare per i giovani e farlo davvero.

Mettere il ragazzo al centro significa anche accettare decisioni che non portano un vantaggio immediato alla società.

Perché una scuola calcio dovrebbe costruire credibilità nel tempo.

E cosa può costruire più credibilità di una realtà che dimostra alle famiglie:

“Se vostro figlio avrà una vera opportunità di crescita, noi saremo dalla sua parte”?

Questo vale molto più di qualsiasi promessa fatta durante un open day.


La famiglia deve aiutare a mantenere equilibrio

Anche per i genitori un’opportunità importante può essere emozionante.

È normale.

Una chiamata da una società più grande può sembrare la conferma che tutti i sacrifici siano stati ripagati.

Ma proprio in quel momento bisogna restare lucidi.

Il figlio non deve sentire di avercela fatta.

Deve capire che si apre una nuova sfida.

Non servono aspettative enormi.

Non serve raccontare a tutti che “ormai è arrivato”.

Serve continuare a fare ciò che lo ha portato fin lì.

Allenarsi.

Ascoltare.

Imparare.

Sbagliare.

Lavorare.

Perché cambiare maglia non cambia le regole della crescita.


E chi resta?

C’è anche un altro messaggio da proteggere.

Quando un compagno viene scelto da una realtà superiore, gli altri ragazzi non devono percepirlo come una sentenza sul proprio valore.

“Lui è stato preso, io no.”

È un pensiero naturale.

Ma ogni percorso ha tempi diversi.

Il successo di un compagno dovrebbe diventare uno stimolo.

Una prova concreta che il lavoro può aprire delle opportunità.

E una società dovrebbe essere molto attenta a comunicare questo messaggio.

Il ragazzo che parte merita di essere celebrato.

Ma quello che rimane deve sapere che il suo percorso continua con la stessa attenzione.

Perché formare significa anche evitare che un successo individuale diventi una sconfitta emotiva per gli altri.


Al Real Taras vogliamo che i ragazzi abbiano radici, ma anche ali

Una società deve dare appartenenza.

I ragazzi devono sentirsi parte di qualcosa.

Devono indossare la maglia con orgoglio.

Creare amicizie.

Riconoscersi in un gruppo.

Costruire ricordi.

Ma l’appartenenza non può diventare una gabbia.

Se un giorno arriva un’opportunità seria, coerente e utile alla crescita di un nostro ragazzo, vogliamo essere capaci di guardarlo negli occhi e dirgli:

“Vai. Adesso prova a fare un altro passo.”

Con orgoglio.

Con un po’ di nostalgia.

Ma senza paura.

Perché se abbiamo lavorato bene, quel ragazzo porterà qualcosa del Real Taras anche nella sua nuova esperienza.

Nel modo in cui si allena.

Nel rispetto dei compagni.

Nella reazione alle difficoltà.

Nell’abitudine al lavoro.

Quella sarà una parte di noi che continuerà il proprio percorso altrove.


La vittoria più difficile

Una scuola calcio può vincere moltissime partite e non aver formato nessuno.

Può anche perdere qualche partita e aver contribuito alla crescita di decine di ragazzi.

Per questo dobbiamo imparare a guardare oltre il risultato della domenica.

A volte la vittoria arriva quando un ragazzo segna il gol decisivo.

Altre volte arriva quando indossa una maglia diversa.

Può sembrare un paradosso.

Ma se il nostro compito è accompagnare i giovani calciatori verso il massimo delle loro possibilità, allora quel momento rappresenta esattamente ciò per cui abbiamo lavorato.

Perché una vera scuola calcio non dovrebbe chiedersi:

“Come facciamo a tenerlo?”

Prima dovrebbe chiedersi:

“Qual è la scelta migliore per lui?”

E se la risposta significa lasciarlo andare, bisogna avere il coraggio di farlo.

Con una certezza.

Non lo stiamo perdendo.

Lo abbiamo aiutato a fare un passo avanti.

E poche cose, nel calcio giovanile, possono rendere una società più orgogliosa di questa.


REAL TARAS
Formiamo calciatori. Cresciamo ragazzi.

Domani sul Blog Real Taras

Dietro un giovane calciatore c’è una squadra invisibile: allenatori, famiglia e società.

Tre mondi diversi, un solo obiettivo: creare intorno al ragazzo un ambiente capace di aiutarlo a crescere senza trasformare il calcio in una fonte di pressione.

 

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