La panchina può far crescere? Sì, ma solo se viene spiegata

Ci sono momenti, nel calcio giovanile, che pesano più di altri.

Uno di questi è quando un ragazzo guarda la formazione e scopre che non partirà titolare.

Oppure quando aspetta una sostituzione che tarda ad arrivare.

O ancora quando entra per pochi minuti e torna a casa con la sensazione di non essere stato importante.

Per un adulto può sembrare una situazione normale.

Per un ragazzo, invece, può diventare qualcosa di molto più grande.

Può trasformarsi in una domanda.

“Perché non gioco?”

Ed è proprio qui che inizia una delle responsabilità più delicate di una scuola calcio.

Perché la panchina può insegnare molto.

Può aiutare a crescere.

Può sviluppare pazienza, capacità di reagire, spirito di sacrificio e voglia di migliorare.

Ma c’è una condizione fondamentale:

deve avere un senso.

E soprattutto quel senso deve essere spiegato.


Nel calcio non possono giocare tutti nello stesso momento

Partiamo da una realtà semplice.

In una squadra esistono delle scelte.

Un allenatore deve decidere chi parte dall’inizio, chi entra successivamente, chi interpreta meglio una determinata partita e chi, in quel momento, può offrire qualcosa di diverso.

Questo fa parte dello sport.

Negarlo significherebbe creare aspettative irreali.

Ma il calcio giovanile non può essere gestito esattamente come il calcio professionistico.

Perché un adulto gioca per un risultato.

Un ragazzo gioca anche per imparare.

Ed è qui che cambia tutto.

Nel settore giovanile il minutaggio non può essere osservato soltanto attraverso la domanda:

“Chi mi fa vincere oggi?”

Bisogna aggiungerne un’altra:

“Di cosa ha bisogno questo ragazzo per diventare migliore domani?”


La panchina senza spiegazioni diventa facilmente una bocciatura

Immaginiamo un ragazzo di 12 anni.

Si allena per tutta la settimana.

Arriva al campo.

Si cambia.

Ascolta la formazione.

Non gioca.

Aspetta.

Poi magari entra negli ultimi minuti.

La partita finisce.

Nessuno gli dice nulla.

La settimana successiva accade nuovamente.

Cosa penserà?

Difficilmente farà un’analisi tecnica approfondita.

Molto più probabilmente penserà:

“Non sono abbastanza bravo.”

Oppure:

“Il mister non crede in me.”

È qui che la comunicazione diventa fondamentale.

Un ragazzo deve sapere che cosa deve migliorare.

Deve capire quali comportamenti possono aiutarlo ad aumentare il proprio spazio.

Deve percepire che esiste un percorso.

Perché un conto è sentirsi dire:

“Oggi parti fuori perché voglio che tu migliori questo aspetto.”

Un altro è non ricevere nessuna spiegazione.

Nel primo caso esiste un obiettivo.

Nel secondo rimane soltanto una sensazione di esclusione.


Non bisogna promettere minuti. Bisogna dare opportunità

C’è però anche l’errore opposto.

Pensare che nel calcio giovanile ogni ragazzo debba necessariamente giocare lo stesso identico numero di minuti in qualsiasi contesto.

Non sempre è possibile.

E soprattutto non sempre sarebbe formativo.

Nell’attività di base il coinvolgimento di tutti deve essere centrale.

Nell’agonistica entrano inevitabilmente in gioco altri fattori: rendimento, caratteristiche, stato di forma, atteggiamento, impegno settimanale, esigenze della gara.

Ma il principio dovrebbe rimanere chiaro.

Ogni ragazzo deve percepire di avere una possibilità reale.

Una possibilità che può conquistare.

Una possibilità che non dipenda da simpatie.

Una possibilità che venga costruita attraverso il lavoro.

La meritocrazia ha valore soltanto quando i criteri sono comprensibili.


“Devi impegnarti di più” spesso non basta

Quando un giovane calciatore chiede cosa deve fare per giocare maggiormente, la risposta non può essere sempre generica.

“Devi impegnarti.”

“Devi stare più concentrato.”

“Devi fare meglio.”

Sono indicazioni troppo vaghe.

Un ragazzo ha bisogno di obiettivi concreti.

Per esempio:

“Quando perdi palla ti fermi: voglio vedere una reazione immediata.”

Oppure:

“Stai migliorando tecnicamente, ma devi imparare a giocare più velocemente.”

Oppure ancora:

“In allenamento devi comunicare di più con i compagni.”

Adesso il ragazzo sa dove intervenire.

Ha qualcosa da osservare.

Può tornare all’allenamento con una missione.

Ed è proprio in quel momento che anche la panchina può trasformarsi in uno strumento educativo.


Una scelta tecnica non deve diventare un giudizio sulla persona

Questo è un passaggio fondamentale.

Non giocare una partita non significa valere meno.

Partire dalla panchina non significa essere meno importante.

Essere sostituiti non significa aver fallito.

Ma per un giovane calciatore queste differenze non sono sempre automatiche.

Dobbiamo insegnargliele.

L’allenatore può dire:

“Oggi ho fatto una scelta diversa.”

Non:

“Tu non sei capace.”

Può spiegare un errore.

Non umiliare chi lo ha commesso.

Può pretendere di più.

Non far sentire un ragazzo inutile.

La differenza tra correggere e mortificare è enorme.

E spesso determina il rapporto che quel ragazzo avrà con il calcio negli anni successivi.


Anche guardare una partita può insegnare qualcosa

C’è un’altra possibilità spesso sottovalutata.

Un ragazzo in panchina non dovrebbe sentirsi fuori dalla partita.

Può osservare.

Come si muove il compagno che gioca nel suo ruolo?

Quali spazi utilizza?

Come reagisce quando perde il pallone?

Cosa sta chiedendo l’allenatore?

Dove stanno nascendo le difficoltà della squadra?

Se poi entrerà, avrà già iniziato a giocare mentalmente la partita.

Questo atteggiamento va insegnato.

Perché esiste una differenza enorme tra essere seduti in panchina aspettando passivamente e utilizzare quel tempo per prepararsi.

Anche questo significa diventare calciatori più maturi.


E quando tuo figlio torna a casa arrabbiato?

Per un genitore è uno dei momenti più difficili.

Vedere il proprio figlio deluso fa male.

La tentazione è immediata.

“Perché non ti ha fatto giocare?”

“Non è giusto.”

“Sei più forte di quello che ha giocato.”

“Il mister ce l’ha con te.”

Frasi dette magari soltanto per consolare.

Ma che possono avere conseguenze importanti.

Perché trasformano immediatamente una difficoltà in un’ingiustizia.

E soprattutto tolgono al ragazzo la possibilità di interrogarsi.

Una domanda potrebbe essere molto più utile:

“Il mister ti ha spiegato cosa puoi migliorare?”

Oppure:

“Come puoi reagire al prossimo allenamento?”

Non significa accettare qualsiasi scelta senza poterla discutere.

Significa insegnare al ragazzo che davanti a una difficoltà la prima reazione non deve essere necessariamente cercare un colpevole.


Quando invece il problema esiste davvero

Difendere il valore educativo della panchina non significa giustificare tutto.

Se un ragazzo viene sistematicamente escluso.

Se non riceve spiegazioni.

Se non vede mai riconosciuto il proprio impegno.

Se le regole cambiano continuamente.

Se percepisce favoritismi.

Se viene utilizzato soltanto quando la partita è già decisa.

Allora la questione va affrontata.

Una scuola calcio deve avere il coraggio di interrogarsi anche sulle proprie scelte.

Perché il giovane calciatore non può diventare una semplice comparsa.

Se è all’interno di un percorso, quel percorso deve essere reale.

E la comunicazione con la famiglia, nei modi e nei tempi corretti, può evitare che piccoli problemi diventino fratture.


Non tutte le panchine sono uguali

C’è la panchina educativa.

Quella che dura un periodo, viene spiegata e serve a stimolare una reazione.

C’è la panchina tecnica.

Una scelta legata alle caratteristiche della partita.

C’è la panchina meritocratica.

Quando un compagno, in quel momento, sta facendo meglio.

E poi c’è la panchina incomprensibile.

Quella senza criteri.

Senza dialogo.

Senza prospettiva.

È quest’ultima che può diventare pericolosa.

Perché un ragazzo può accettare anche una decisione che non gli piace.

Ciò che difficilmente accetta è non capirla.


Il carattere si forma anche nei giorni difficili

Se un ragazzo impara ad affrontare correttamente una panchina, sta imparando qualcosa che va ben oltre il calcio.

Sta imparando che non sempre sarà scelto.

Che a volte dovrà aspettare.

Che qualcun altro potrà essere più avanti.

Che un risultato desiderato può richiedere tempo.

Ma soprattutto sta imparando una cosa decisiva:

la risposta alla difficoltà dipende da lui.

Può smettere di impegnarsi.

Oppure può lavorare di più.

Può isolarsi.

Oppure può restare dentro il gruppo.

Può pensare soltanto al torto subito.

Oppure può chiedersi dove può migliorare.

Questa capacità di reazione sarà utile nel calcio.

Ma probabilmente ancora di più nella vita.


L’allenatore deve lasciare una porta aperta

Ogni volta che un giovane calciatore resta fuori, dovrebbe comunque percepire una cosa.

“Posso cambiare la situazione.”

È fondamentale.

Perché se un ragazzo pensa che qualsiasi cosa faccia non cambierà nulla, smetterà progressivamente di investire energie.

Se invece sa che il lavoro quotidiano può modificare le gerarchie, allora continuerà a provarci.

Il compito del tecnico non è promettere il posto.

È garantire serietà nella valutazione.

Dire:

“Questa è la situazione oggi. Ma domani dipenderà anche da quello che farai.”

È così che una scelta difficile può trasformarsi in motivazione.


Al Real Taras vogliamo che ogni scelta abbia un perché

Non vogliamo raccontare che tutti giocheranno sempre.

Sarebbe poco serio.

Soprattutto entrando nelle categorie agonistiche.

Vogliamo però provare a costruire un ambiente nel quale il ragazzo possa comprendere il proprio percorso.

Un ambiente dove chi gioca sappia che deve continuare a meritarsi quella fiducia.

E dove chi gioca meno sappia che non è stato dimenticato.

Perché una squadra non è composta soltanto dagli undici che iniziano una partita.

È composta da ragazzi che hanno tempi diversi, caratteristiche diverse e momenti diversi.

Il compito di una società è cercare di tenere insieme tutto questo senza perdere di vista la cosa più importante:

la crescita.


Quindi sì: la panchina può far crescere

Può insegnare pazienza.

Può accendere la voglia di migliorare.

Può sviluppare carattere.

Può aiutare un ragazzo a comprendere che il posto non è garantito.

Ma soltanto se viene utilizzata come parte di un percorso.

Non come punizione silenziosa.

Non come etichetta.

Non come sentenza.

Un ragazzo può accettare di non giocare.

Può perfino trasformarlo in una delle esperienze più formative della propria crescita.

Ma deve sapere che esiste una strada per tornare protagonista.

Per questo il problema non sono necessariamente dieci minuti trascorsi in panchina.

Il problema nasce quando nessuno spiega al ragazzo come trasformare quei dieci minuti in un’opportunità.

Ed è proprio lì che una scuola calcio deve dimostrare di saper fare molto più che preparare una formazione.

Deve saper formare.


REAL TARAS
Formiamo calciatori. Cresciamo ragazzi.

 

Via Abruzzo 80a, 74121, Taranto 3934090434 Info@agenziastefanorusso.com
https://www.facebook.com/share/1VkTCNzbiC/?mibextid=wwXIfr

Scrivi una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

FacebookInstagramTikTok