Ogni genitore, in fondo, prova una piccola soddisfazione quando vede il proprio figlio essere tra i migliori.
Quando segna.
Quando salta un avversario.
Quando tutti lo cercano con il pallone.
Quando l’allenatore lo considera importante.
È naturale.
Ma nel calcio giovanile c’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di farci:
essere sempre il più forte della propria squadra è davvero la situazione migliore per crescere?
La risposta, probabilmente, è no.
Perché un giovane calciatore non ha bisogno soltanto di sentirsi bravo.
Ha bisogno di essere stimolato.
Ha bisogno di incontrare difficoltà.
Di affrontare giocatori migliori.
Di scoprire qualcosa che ancora non sa fare.
Di arrivare all’allenamento sapendo che, per riuscire, dovrà alzare il proprio livello.
È proprio quando il calcio smette di essere facile che può iniziare la crescita più interessante.
Se tutto riesce sempre, qualcosa potrebbe non funzionare
Immaginiamo un ragazzo che durante ogni allenamento riesce a superare quasi tutti.
È il più veloce.
Il più tecnico.
Segna moltissimo.
Durante le partite risolve spesso le situazioni da solo.
All’apparenza sembrerebbe la condizione ideale.
Ma cosa sta realmente imparando?
Se può superare ogni avversario semplicemente sfruttando una maggiore velocità, probabilmente avrà meno necessità di migliorare la lettura del gioco.
Se può vincere ogni contrasto grazie alla propria struttura fisica, potrebbe non sviluppare completamente altre qualità.
Se riesce sempre a dribblare il primo uomo, forse non sentirà l’esigenza di imparare quando è meglio giocare velocemente con un compagno.
Finché, un giorno, il livello si alzerà.
E quella superiorità potrebbe improvvisamente scomparire.
È allora che il ragazzo dovrà possedere altri strumenti.
Ed è compito della formazione giovanile aiutarlo a costruirli prima che ne abbia bisogno.
La difficoltà non è nemica del talento
Nel percorso di crescita tendiamo spesso a considerare la difficoltà come qualcosa di negativo.
Un ragazzo fa fatica?
Pensiamo immediatamente che forse non sia pronto.
Gioca contro avversari più forti?
Temiamo che possa perdere sicurezza.
Non riesce a fare ciò che normalmente gli viene semplice?
Ci preoccupiamo.
Ma una difficoltà adeguata all’età e al livello del ragazzo può essere uno degli strumenti più potenti per migliorare.
Perché lo costringe a cercare nuove soluzioni.
Se l’avversario è veloce quanto lui, dovrà imparare a utilizzare meglio il corpo.
Se non riesce più a superare tutti in dribbling, dovrà iniziare a vedere prima il compagno libero.
Se il ritmo della partita aumenta, dovrà controllare il pallone più velocemente.
Se affronta ragazzi tecnicamente più preparati, dovrà alzare la qualità delle proprie giocate.
La difficoltà non è un ostacolo alla crescita. Molto spesso è la crescita stessa.
Il migliore della squadra o il migliore possibile?
Sono due concetti completamente diversi.
Essere il più forte di un gruppo significa confrontarsi con gli altri.
Diventare la migliore versione possibile di se stessi significa confrontarsi con il proprio potenziale.
Ed è questo secondo confronto che dovrebbe interessarci maggiormente.
Un ragazzo può essere il migliore della squadra e avere ancora enormi margini di crescita.
Un altro può essere tra quelli più in difficoltà e compiere, nell’arco della stagione, un percorso straordinario.
Chi è cresciuto di più?
La risposta non è necessariamente quello che ha segnato più gol.
Nel settore giovanile dovremmo imparare a osservare anche il percorso.
Quanto è migliorata la tecnica?
Quanto più velocemente prende una decisione?
Come reagisce a un errore?
Quanto è diventato autonomo?
Ha imparato ad aiutare i compagni?
È diventato più responsabile?
Il calcio giovanile dovrebbe essere molto meno una fotografia e molto più un film.
Perché quello che conta non è soltanto dove sei oggi.
Conta soprattutto dove stai andando.
Il confronto con chi è più bravo è un regalo
Allenarsi con ragazzi di livello elevato può essere difficile.
Ma può anche accelerare enormemente la crescita.
Quando un giovane calciatore incontra quotidianamente compagni capaci di metterlo in difficoltà, deve adattarsi.
Il tempo per controllare il pallone diminuisce.
Le scelte devono diventare più rapide.
Gli errori vengono puniti maggiormente.
L’intensità aumenta.
E tutto questo costringe il ragazzo ad alzare i propri standard.
Naturalmente il livello della difficoltà deve essere adeguato.
Mettere sistematicamente un bambino in una situazione troppo superiore alle sue capacità può generare frustrazione invece che crescita.
Ma anche il contrario è pericoloso.
Proteggere continuamente un ragazzo da qualsiasi difficoltà può impedirgli di scoprire quanto può diventare forte.
Anche giocare con ragazzi più grandi può avere un senso
Nel settore giovanile può capitare che un ragazzo particolarmente pronto venga inserito, in alcuni momenti, in un gruppo di età superiore.
Non deve essere un premio.
E soprattutto non deve diventare una corsa continua ad anticipare le tappe.
Deve essere una scelta tecnica ed educativa.
Perché giocare sotto età può costringere un giovane calciatore ad affrontare una situazione nuova.
Maggiore velocità.
Maggiore forza fisica.
Minore tempo per pensare.
Più difficoltà nei duelli.
Tutto ciò può aiutarlo a sviluppare caratteristiche che nel proprio gruppo vengono sollecitate meno.
Ma c’è una condizione fondamentale:
il ragazzo deve essere pronto, non soltanto tecnicamente ma anche emotivamente.
Ogni percorso deve essere individuale.
Non esistono formule valide per tutti.
Il problema dei paragoni
“Lui è più forte.”
“Lui segna più gol.”
“Lui gioca sempre.”
“Lui è stato chiamato con i più grandi.”
Sono frasi che nel calcio giovanile ascoltiamo continuamente.
Ma i paragoni possono diventare pericolosi.
Perché trasformano la crescita in una gara permanente contro il compagno.
E invece il compagno dovrebbe essere parte del percorso.
Quando un ragazzo si allena con qualcuno più bravo, non dovrebbe pensare:
“Devo dimostrare di essere migliore di lui.”
Dovrebbe imparare a pensare:
“Allenarmi con lui può rendermi migliore.”
Questa differenza culturale è enorme.
Una squadra forte non è un gruppo di ragazzi che cercano continuamente di dimostrare chi vale di più.
È un gruppo in cui la qualità di ciascuno alza il livello di tutti.
E se mio figlio non è tra i più forti?
Qui arriviamo all’altra faccia della questione.
Perché se non dobbiamo ossessionarci quando nostro figlio è il migliore, allo stesso modo non dobbiamo preoccuparci eccessivamente quando, in un determinato momento, non lo è.
Un giovane calciatore può avere bisogno di tempo.
Molto più tempo di quanto immaginiamo.
Lo sviluppo fisico non avviene per tutti allo stesso momento.
La sicurezza cambia.
La coordinazione cambia.
La capacità di comprendere il gioco cambia.
A volte bastano pochi mesi perché gli equilibri di una squadra giovanile si modifichino completamente.
Per questo bisogna evitare etichette.
“È forte.”
“Non è portato.”
“È un fenomeno.”
“Non arriverà.”
A 10, 11 o 12 anni sono sentenze che servono poco.
Il compito di una scuola calcio non dovrebbe essere stabilire troppo presto chi ce la farà.
Dovrebbe creare le condizioni perché più ragazzi possibile abbiano l’opportunità di crescere.
Cosa possiamo chiedere ai nostri figli dopo una partita?
Forse anche noi adulti possiamo cambiare qualcosa.
Quando un ragazzo esce dal campo, le prime domande sono spesso:
“Hai vinto?”
“Hai segnato?”
“Quanto hai giocato?”
“Perché ti ha sostituito?”
Sono domande comprensibili.
Ma raccontano soltanto una piccola parte della partita.
Proviamo qualche volta a chiedere altro.
“Ti sei divertito?”
“Cosa ti è riuscito meglio oggi?”
“In cosa hai avuto difficoltà?”
“Cosa pensi di poter migliorare al prossimo allenamento?”
“Hai aiutato i tuoi compagni?”
Improvvisamente la partita smette di essere soltanto un esame.
Diventa parte di un percorso.
Anche perdere un duello può essere utile
Un ragazzo non può imparare a reagire a una difficoltà se non incontra mai una difficoltà.
Non può imparare a rialzarsi se non cade.
Non può imparare a gestire un errore se gli adulti cercano continuamente di proteggerlo dagli errori.
Nel calcio, come nella vita, prima o poi arriverà qualcuno più bravo.
E questo non dovrebbe spaventarci.
Dovrebbe incuriosirci.
Perché quel momento offre una domanda straordinaria:
“Adesso cosa posso fare per migliorare?”
È lì che iniziano il lavoro, la determinazione e la capacità di mettersi in discussione.
Al Real Taras non vogliamo ragazzi che si sentano arrivati
Vogliamo ragazzi che abbiano fame di crescere.
Che siano contenti quando fanno bene, ma che sappiano che esiste sempre qualcosa da migliorare.
Che abbiano il coraggio di confrontarsi con chi è più forte.
Che imparino dagli errori.
Che non abbiano paura delle difficoltà.
Che capiscano che il compagno bravo non è un nemico.
È uno stimolo.
Il nostro compito non è costruire intorno a ogni ragazzo un ambiente nel quale possa sentirsi sempre il migliore.
Il nostro compito è costruire un ambiente nel quale possa diventare sempre migliore.
Sono due cose molto diverse.
Quindi no: vostro figlio non deve essere necessariamente il più forte
Deve essere in un posto in cui viene allenato.
Stimolato.
Corretto.
Ascoltato.
Messo nelle condizioni di provare.
Sbagliare.
Riprovare.
E migliorare.
Perché essere il più forte a 10 anni può essere bellissimo.
Ma non è quello il traguardo.
Il vero obiettivo è arrivare, anno dopo anno, a possedere più strumenti.
Più tecnica.
Più consapevolezza.
Più personalità.
Più capacità di leggere il gioco.
Più voglia di imparare.
Per questo, la prossima volta che vostro figlio incontrerà qualcuno più bravo di lui, forse non dovremmo preoccuparci.
Potremmo pensare:
“Bene. Oggi ha trovato qualcuno capace di aiutarlo a crescere.”
E quando tornerà a casa, invece di chiedergli soltanto:
“Hai vinto?”
provate a chiedergli:
“Che cosa hai imparato oggi?”
La risposta potrebbe raccontarvi molto più del risultato.
REAL TARAS
Formiamo calciatori. Cresciamo ragazzi.









