Prima di parlare di allenatori sottopagati e di bambini da formare, qualcuno dovrebbe scendere davvero sui campi di periferia
di Giuseppe Manfuso – Presidente ASD Real Taras

Ogni volta che la Nazionale italiana perde una partita importante, il copione sembra ormai scritto.
Si parla della mancanza di talento, dei giovani italiani che giocano poco, degli allenatori dei settori giovanili, dei vivai che non funzionano. E puntualmente torna anche il tema dei compensi troppo bassi riconosciuti ai tecnici che lavorano con i bambini.
È un argomento serio. Ma c’è una domanda che vorrei porre a chi osserva il calcio dall’alto:
sapete davvero cosa significa, oggi, tenere in piedi una scuola calcio o un settore giovanile dilettantistico?
Perché ho la sensazione che tra i palazzi del grande calcio e quei campi sui quali ogni pomeriggio lavoriamo con bambini di 5, 8, 10 o 13 anni ci sia diventata una distanza enorme.
Il problema non è soltanto quanto guadagna un allenatore
Sarebbe bellissimo poter riconoscere compensi importanti a tutti i tecnici.
Ma prima bisogna spiegare da dove dovrebbero arrivare quei soldi.
Una società dilettantistica deve pagare gli impianti. E chi vive quotidianamente questo mondo sa quanto possa incidere il costo delle strutture sportive.
Strutture che, soprattutto in determinati territori, sono poche, contese da decine di associazioni e troppo spesso non adeguate alle esigenze di un settore giovanile moderno.
Poi vengono attrezzature, materiale tecnico, assicurazioni, tesseramenti, visite mediche, affiliazioni, trasporti, iscrizioni ai campionati, arbitri, manutenzione, segreteria, personale qualificato e mille altre spese che all’esterno difficilmente vengono percepite.
E naturalmente ci sono gli allenatori.
Ma un allenatore non si paga con le dichiarazioni d’intenti.
Si paga con risorse reali.
E nella stragrande maggioranza dei casi quelle risorse arrivano dalle quote versate dalle famiglie, dagli sponsor che una società riesce faticosamente a trovare e dal sacrificio economico di chi quella società la gestisce.
Questo è il calcio di base reale.
Non quello raccontato nei convegni.
Noi abbiamo provato perfino a far giocare i ragazzi gratis
Al Real Taras, qualche anno fa, abbiamo voluto provare qualcosa che sembrava quasi un’utopia.
Permettere ai ragazzi di giocare gratuitamente.
Lo abbiamo fatto senza grandi finanziatori alle spalle e senza un concreto sostegno economico delle istituzioni.
L’idea era semplice: investire noi nella formazione.
Far crescere i ragazzi, dare loro un’opportunità indipendentemente dalle possibilità economiche delle famiglie e sperare che, un giorno, qualcuno di quei bambini potesse compiere un percorso importante.
Non necessariamente diventare un campione.
Ma magari arrivare in una società professionistica.
E in quel caso il sistema federale avrebbe dovuto riconoscere almeno in parte il lavoro svolto negli anni attraverso il premio di formazione tecnica.
Era quello il nostro modello.
Spendere oggi per formare, sperando che il valore creato potesse contribuire domani a finanziare la formazione di altri bambini.
Una sorta di circolo virtuoso.
Poi abbiamo conosciuto la realtà.
Il premio esiste. Ma esiste anche la possibilità di ridurlo fino a rinunciarvi
Le norme federali riconoscono esplicitamente il ruolo delle “Società Formatrici”.
L’articolo 99 delle NOIF prevede infatti un premio di formazione tecnica anche per le società nelle quali un calciatore è stato formato a partire dalla stagione in cui ha compiuto dieci anni. La normativa attuale prevede inoltre che l’importo sia pubblicato e certificato attraverso la piattaforma telematica federale.
Fin qui tutto perfettamente comprensibile.
Poi però arriva il punto che continuo a non capire.
Lo stesso articolo 99 consente alle società interessate di ridurre il premio attraverso un accordo scritto.
E non parliamo soltanto di teoria: la stessa FIGC mette a disposizione un modello ufficiale nel quale è prevista anche la possibilità di rinunciare all’importo dovuto per la formazione impartita al calciatore. Decisioni federali del 2026 mostrano inoltre casi concreti nei quali questa rinuncia è stata utilizzata e valutata dagli organi di giustizia sportiva.
Ed è proprio qui che nasce la mia domanda.
Se il sistema ritiene che la formazione abbia un valore, perché permette che quel valore possa diventare oggetto di rinuncia?
Perché mettere società e famiglie una contro l’altra?
Immaginiamo una piccola scuola calcio.
Per anni sostiene i costi di un ragazzo.
Gli mette a disposizione allenatori, campi, materiale, tornei, competizioni e opportunità.
Quel ragazzo cresce.
Diventa bravo.
Finalmente arriva una società importante.
Quello dovrebbe essere il momento più bello per tutti: per il bambino, per la famiglia, per gli allenatori che lo hanno cresciuto e per la società che ha investito su di lui.
E invece rischia di diventare il momento del conflitto.
Perché se l’approdo verso una nuova realtà viene legato, direttamente o indirettamente, alla richiesta di riduzione o rinuncia del premio, la piccola società viene messa davanti ad una scelta assurda:
difendere un proprio diritto economico oppure evitare qualsiasi ostacolo al percorso del ragazzo.
E secondo voi cosa farà quasi sempre una società che mette il bambino al primo posto?
Farà un passo indietro.
Ma allora qualcosa non funziona.
Perché non renderlo realmente automatico?
Oggi la stessa normativa federale prevede già che l’importo del premio venga reso disponibile nella piattaforma telematica e che quella pubblicazione ne costituisca la certificazione.
Ed allora pongo una domanda molto semplice alla FIGC:
perché non fare un passo ulteriore?
Se una società ha realmente formato quel calciatore negli anni previsti dalle norme, perché il riconoscimento economico non può essere gestito automaticamente dal sistema federale, evitando che diventi materia di trattativa?
Perché lasciare aperta una dinamica che può trasformare uno strumento nato per tutelare la formazione in un terreno di confronto tra società e, indirettamente, famiglie?
Il premio di formazione dovrebbe rappresentare la benzina del calcio di base.
Il ragazzo che cresce finanzia indirettamente l’opportunità del bambino che arriva dopo di lui.
Questa sarebbe programmazione.
Questa sarebbe tutela dei vivai.
E poi siamo certi che il problema del calcio italiano inizi a cinque anni?
C’è infine un’altra domanda, probabilmente ancora più scomoda.
Siamo davvero sicuri che il sistema riesca sempre a portare avanti i ragazzi migliori?
Siamo certi che nel percorso che conduce dal calcio di base al professionismo incidano esclusivamente talento, merito e capacità?
Oppure dovremmo interrogarci anche sul peso che possono avere disponibilità economiche delle famiglie, possibilità di sostenere viaggi e provini, relazioni, opportunità e, in alcuni casi, sponsor che accompagnano determinati percorsi?
Non sto sostenendo che questo valga per tutti.
Sarebbe profondamente ingiusto verso le tantissime persone serie che lavorano nel calcio italiano.
Sto dicendo che, se vogliamo veramente riformare il sistema, dobbiamo avere il coraggio di farci anche le domande scomode.
Venite a vedere il calcio da quaggiù
È troppo semplice ricordarsi delle scuole calcio dopo una sconfitta della Nazionale.
È troppo semplice chiedere più qualità agli allenatori senza chiedersi chi quella qualità debba pagarla.
È troppo semplice parlare di programmazione mentre tantissime società cercano ogni mese di capire come pagare il campo sul quale far allenare trenta bambini.
Prima di spiegare a chi lavora con i bambini dai 5 ai 13 anni cosa dovrebbe fare meglio, venite a vedere cosa significa farlo davvero.
Venite nei nostri impianti.
Guardate le bollette.
Guardate quanto costa un’ora di campo.
Guardate quanto costa partecipare ad un campionato.
Guardate quante persone lavorano dietro una squadra giovanile.
E soprattutto guardate quanti presidenti, dirigenti e allenatori continuano a farlo non perché diventeranno ricchi, ma perché sono innamorati di questo sport.
Il calcio italiano ha certamente bisogno di investire di più sulla formazione.
Su questo possiamo essere tutti d’accordo.
Ma investire sui settori giovanili significa anche mettere chi forma nelle condizioni economiche di continuare a formare.
Altrimenti continueremo a chiedere alle società di base di creare giocatori, strutture, allenatori e opportunità quasi esclusivamente con le proprie forze.
E quando qualcosa non funzionerà, torneremo puntualmente a indicarle come responsabili.
No. Il problema del calcio italiano non può cominciare sempre dall’ultimo anello della catena.
Forse, questa volta, bisognerebbe iniziare a guardare la catena dall’alto.
Giuseppe Manfuso
Presidente ASD Real Taras









