Tra cinque anni non ricorderemo quanti gol ha segnato. Ricorderemo chi è diventato.

Ci sono fotografie che, nel calcio giovanile, sembrano tutte uguali.

Un bambino con la maglia un po’ troppo grande.

Le scarpe nuove.

Il pallone stretto tra le mani.

Un campo che, visto dai suoi occhi, sembra enorme.

Un genitore dietro la rete.

Un allenatore che lo chiama per nome.

E quella miscela di emozione, paura e curiosità che accompagna sempre le prime volte.

Poi il tempo passa.

La maglia comincia a calzare meglio.

Le scarpe diventano tante.

Il pallone non fa più paura.

Il campo sembra più piccolo.

Arrivano i primi gol.

Le prime vittorie.

Le prime sconfitte.

Le prime panchine.

Le prime arrabbiature.

I tornei.

Le trasferte.

Le amicizie.

Le discussioni.

Gli abbracci dopo una partita.

E quasi senza accorgercene, quel bambino comincia a diventare un ragazzo.

È allora che comprendiamo una delle verità più importanti del calcio giovanile:

tra cinque anni probabilmente non ricorderemo quanti gol avrà segnato.

Forse dimenticheremo perfino il risultato di quella finale che oggi ci sembra importantissima.

Ma ricorderemo perfettamente chi è diventato.


Il calcio dei bambini passa velocissimo

Quando siamo dentro una stagione sembra che tutto sia fondamentale.

La partita di domenica.

La classifica.

Una convocazione.

Un torneo.

Quel gol sbagliato davanti alla porta.

Quella sostituzione che non abbiamo capito.

Quel derby che volevamo vincere a tutti i costi.

Poi passano gli anni.

E molte di quelle cose sfumano.

Provate a chiedere a un ragazzo più grande il risultato esatto di una partita giocata quando aveva nove anni.

Probabilmente non lo ricorderà.

Ma magari ricorderà il mister che lo aspettava dopo un errore.

Il compagno che gli mise un braccio sulla spalla.

Il viaggio in pullman.

La prima volta che indossò la fascia da capitano.

La paura prima di entrare in campo.

L’emozione di un gol segnato sotto la pioggia.

Il padre o la madre che erano lì ad aspettarlo.

Perché nella memoria non restano necessariamente i numeri.

Restano le emozioni.


E allora cosa stiamo davvero costruendo?

Questa è la domanda che una scuola calcio dovrebbe farsi ogni giorno.

Non soltanto:

“Come facciamo a vincere domenica?”

Ma:

“Cosa stiamo lasciando a questi ragazzi?”

Perché possiamo insegnare a controllare un pallone.

Possiamo lavorare sul piede debole.

Possiamo migliorare la coordinazione.

Possiamo insegnare una diagonale difensiva o un movimento senza palla.

Ma contemporaneamente stiamo insegnando anche altro.

Quando chiediamo puntualità, stiamo parlando di responsabilità.

Quando chiediamo di rispettare un compagno, stiamo parlando di convivenza.

Quando chiediamo di non arrendersi dopo un errore, stiamo parlando di carattere.

Quando insegniamo ad accettare una decisione arbitrale senza insultare, stiamo parlando di rispetto.

Quando un ragazzo resta in panchina e decide comunque di sostenere la squadra, stiamo parlando di appartenenza.

Il calcio sembra insegnare calcio.

In realtà, se fatto bene, insegna molto di più.


Un errore oggi può diventare una risorsa domani

A volte noi adulti abbiamo troppa paura degli errori dei ragazzi.

Vorremmo evitarli.

Correggerli prima ancora che accadano.

Proteggerli dalle conseguenze.

Ma un giovane calciatore ha bisogno anche di sbagliare.

Deve perdere un pallone.

Fare una scelta sbagliata.

Calciare fuori.

Dimenticare una marcatura.

Trovarsi davanti a un avversario più forte.

Perché solo dopo l’errore può arrivare una domanda:

“Adesso cosa faccio?”

Ed è la risposta a quella domanda che costruisce qualcosa.

Un ragazzo può abbassare la testa.

Oppure imparare a reagire.

Può cercare una scusa.

Oppure assumersi una responsabilità.

Può smettere di provarci.

Oppure chiedere nuovamente il pallone.

Quest’ultima è una delle qualità più belle che il calcio possa insegnare:

avere il coraggio di chiedere ancora il pallone dopo aver sbagliato.

E chissà quante volte, nella vita, servirà esattamente la stessa capacità.


Non possiamo promettere a tutti un futuro da professionisti

Sarebbe semplice raccontarlo.

Ed è anche una delle illusioni più pericolose del calcio giovanile.

Ogni bambino sogna.

È giusto che sia così.

Il sogno di diventare calciatore è bellissimo.

Va protetto.

Alimentato.

Mai deriso.

Ma gli adulti devono sapere una cosa che i bambini non hanno ancora bisogno di sapere:

non tutti diventeranno professionisti.

La percentuale sarà inevitabilmente piccola.

Questo però non rende inutile tutto il resto.

Anzi.

Se il valore di una scuola calcio dipendesse soltanto dal numero di professionisti prodotti, significherebbe che per la stragrande maggioranza dei ragazzi il percorso sarebbe stato un fallimento.

Noi non crediamo che sia così.

Un ragazzo che attraverso il calcio diventa più sicuro è un successo.

Un ragazzo che impara a stare in un gruppo è un successo.

Uno che supera la timidezza.

Uno che scopre l’importanza dell’impegno.

Uno che impara a perdere senza crollare.

Uno che continua a praticare sport anche da adulto.

Uno che conserva amicizie nate negli spogliatoi.

Sono successi.

Forse non appariranno sulle statistiche.

Ma valgono moltissimo.


I gol sono bellissimi. Ma non raccontano tutto.

Sarebbe ipocrita dire che il gol non conta.

Il calcio vive anche di questo.

Segnare è un’emozione straordinaria.

Per un bambino può essere un momento indimenticabile.

Ma c’è un rischio.

Quello di far credere ai ragazzi che il loro valore coincida con quello che producono durante una partita.

“Ho segnato, quindi sono stato bravo.”

“Non ho segnato, quindi ho giocato male.”

“Abbiamo vinto, quindi abbiamo fatto tutto bene.”

“Abbiamo perso, quindi abbiamo fallito.”

Il calcio è molto più complesso.

E la crescita ancora di più.

Un ragazzo può disputare una partita straordinaria senza segnare.

Può fare un gol e aver giocato male.

Può aiutare la squadra con una corsa che nessuno applaudirà.

Può compiere una scelta intelligente che non finirà in nessun video.

Può incoraggiare un compagno nel momento più difficile.

Queste cose magari non entrano nel tabellino.

Ma costruiscono calciatori.

E soprattutto costruiscono persone.


Il compagno di oggi può diventare il ricordo più bello di domani

Chi ha vissuto uno spogliatoio lo sa.

Dopo qualche anno non ricordi più tutte le formazioni.

Ma ricordi i volti.

Il compagno che arrivava sempre per primo.

Quello che faceva ridere tutti.

Quello con cui litigavi continuamente e che poi diventò uno dei tuoi migliori amici.

Quello che ti prestò i parastinchi.

Quello che ti consolò dopo una sconfitta.

Il calcio crea relazioni particolari.

Si condividono fatica.

Pressione.

Emozioni.

Docce fredde.

Spogliatoi.

Trasferte.

Vittorie.

Delusioni.

Per un bambino, imparare a far parte di un gruppo significa imparare progressivamente che non esiste soltanto lui.

Che qualche volta deve aspettare.

Che deve aiutare.

Che può essere aiutato.

Che il successo di un compagno non rappresenta automaticamente una minaccia.

Questo è uno dei patrimoni più grandi dello sport.

Scoprire di appartenere a qualcosa.


Anche perdere serve

Nessuno ama perdere.

E non dobbiamo insegnare ai ragazzi a essere contenti quando succede.

La competizione è parte dello sport.

Bisogna voler vincere.

Bisogna provare fino alla fine.

Ma bisogna anche sapere che la sconfitta arriverà.

Sempre.

Anche per i più forti.

Ed è lì che il calcio diventa una scuola straordinaria.

Perché un ragazzo impara molto presto una cosa che nella vita incontrerà continuamente:

puoi impegnarti tantissimo e non ottenere comunque ciò che desideravi.

E cosa fai dopo?

Questa è la parte decisiva.

Puoi lamentarti.

Puoi trovare un colpevole.

Oppure puoi analizzare, accettare e ripartire.

Un campionato perso può insegnare più di una vittoria facile.

Una partita sbagliata può diventare il punto di partenza di un cambiamento.

Non perché perdere sia bello.

Ma perché imparare a rialzarsi è indispensabile.


Ai genitori chiediamo una cosa difficilissima

Guardare più lontano.

È difficile.

Perché un genitore vive il presente del figlio con intensità enorme.

Se non gioca oggi, fa male oggi.

Se viene criticato oggi, vorremmo difenderlo oggi.

Se perde oggi, siamo dispiaciuti oggi.

Ma il percorso educativo richiede una prospettiva più lunga.

Tra cinque anni sarà davvero importante se vostro figlio avrà giocato 20 minuti invece di 40 in quella partita?

Probabilmente no.

Sarà molto più importante se avrà imparato a reagire quando non viene scelto.

Tra cinque anni importerà davvero chi avrà vinto il torneo?

Probabilmente poco.

Sarà più importante se avrà imparato a rispettare chi ha perso.

Non significa ignorare le difficoltà.

Significa provare a capire cosa possono insegnare.


Agli allenatori chiediamo di ricordare che i ragazzi non dimenticano tutto

Un giovane calciatore può dimenticare un esercizio.

Può dimenticare una partita.

Può dimenticare perfino il risultato di un campionato.

Ma difficilmente dimenticherà come lo avete fatto sentire.

Ricorderà se avete creduto in lui.

Ricorderà quando lo avete corretto davanti agli altri.

Ricorderà una frase pronunciata in un momento difficile.

Ricorderà se dopo un errore gli avete dato nuovamente fiducia.

Per questo allenare nel settore giovanile è una responsabilità enorme.

Il mister non è soltanto quello che decide chi gioca.

È uno degli adulti che partecipano alla formazione del ragazzo.

E qualche volta una sua frase può restare molto più a lungo di quanto immagini.


Alla società chiediamo coerenza

I valori non possono essere soltanto parole scritte su una locandina.

“Rispetto.”

“Educazione.”

“Crescita.”

“Famiglia.”

Sono concetti bellissimi.

Ma devono diventare comportamenti.

Quando arriva una sconfitta.

Quando un genitore protesta.

Quando un allenatore sbaglia.

Quando un ragazzo attraversa un momento difficile.

Quando il risultato e il percorso entrano in conflitto.

È in quei momenti che una società dimostra davvero chi è.

Perché essere educativi quando tutto va bene è semplice.

La cultura di una scuola calcio si vede soprattutto quando le cose si complicano.


Un giorno entrerà nello spogliatoio per l’ultima volta

Succederà.

Magari tra tre anni.

Magari tra dieci.

Magari continuerà a giocare per tutta la vita.

Ma arriverà comunque un momento in cui il calcio giovanile sarà finito.

Non ci saranno più le stesse categorie.

Le stesse trasferte.

Le stesse domeniche.

Quel bambino sarà diventato un ragazzo.

Poi un uomo.

E allora cosa vorremmo che portasse con sé?

Una coppa?

Certo, sarebbe un bellissimo ricordo.

Una foto di squadra?

Sicuramente.

Una maglia?

Probabilmente la conserverà.

Ma vorremmo soprattutto che portasse con sé qualcosa che non entra in una borsa sportiva.

La capacità di impegnarsi.

Il rispetto.

L’amicizia.

Il coraggio di affrontare una difficoltà.

La capacità di stare in un gruppo.

La consapevolezza che il talento senza lavoro non basta.

La forza di ripartire dopo una sconfitta.

Se avremo lasciato questo, allora il calcio avrà avuto davvero un senso.


Al Real Taras vogliamo guardare anche quello che non compare nella classifica

Vogliamo vincere.

Non abbiamo paura di dirlo.

Vogliamo squadre competitive.

Vogliamo migliorare.

Vogliamo vedere i nostri ragazzi raggiungere livelli sempre più importanti.

Ma tutto questo deve vivere dentro una visione più grande.

Per noi il risultato non può essere l’unico risultato.

Vogliamo guardare il bambino arrivato timido che oggi entra nello spogliatoio salutando tutti.

Il ragazzo che un anno fa aveva paura di sbagliare e oggi chiede il pallone.

Quello che reagiva male a ogni sostituzione e che adesso sostiene il compagno.

Quello che utilizzava soltanto un piede e oggi prova anche con l’altro.

Quello che era indietro e non ha mollato.

Quello fortissimo che ha capito che deve continuare a lavorare.

Quello che un giorno sarà pronto per andare verso una nuova opportunità.

Anche questa è classifica.

Solo che non viene pubblicata la domenica sera.


Perché alla fine restano le persone

Un giorno le scarpe diventeranno troppo piccole.

Poi troppo vecchie.

Le maglie verranno riposte in un cassetto.

Le fotografie compariranno sul telefono e faranno sorridere.

I trofei prenderanno polvere.

I risultati spariranno dalle classifiche online.

Ma quel ragazzo resterà.

Resterà ciò che avrà imparato.

Il modo in cui affronterà una difficoltà.

Il rispetto con cui tratterà gli altri.

La capacità di assumersi una responsabilità.

Il coraggio di provare ancora.

E forse sarà proprio allora che capiremo se avremo davvero vinto.

Non quando alzeremo una coppa.

Ma quando guarderemo quel bambino diventato grande e potremo pensare:

“Il calcio gli ha lasciato qualcosa di buono.”


La nostra vittoria più importante

Sette giorni fa siamo partiti da una domanda:

a chi state affidando vostro figlio?

Abbiamo parlato di talento.

Di difficoltà.

Di panchina.

Di ragazzi che, quando arriva il momento giusto, devono essere lasciati andare.

Del rapporto tra allenatori, famiglie e società.

Tutto porta qui.

Alla ragione per cui, secondo noi, esiste una scuola calcio.

Non soltanto per costruire giocatori capaci di vincere una partita.

Ma per accompagnare ragazzi che stanno crescendo attraverso il calcio.

Alcuni arriveranno molto lontano.

Altri continueranno a giocare per passione.

Altri, un giorno, smetteranno.

Ma tutti meritano che il tempo trascorso in un campo abbia avuto valore.

Per questo tra cinque anni non vogliamo chiederci soltanto:

“Quanti gol ha segnato?”

Vogliamo poterci chiedere:

“Chi è diventato?”

E se la risposta sarà:

un ragazzo più responsabile,

più coraggioso,

più rispettoso,

più autonomo,

capace di stare con gli altri,

capace di cadere e rialzarsi,

allora forse avremo ottenuto la vittoria più importante di tutte.

Una vittoria che non ha classifica.

Non assegna tre punti.

Non finisce in un tabellino.

Ma può durare tutta la vita.


 

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