Dietro un giovane calciatore c’è una squadra invisibile: allenatori, famiglia e società

Quando un ragazzo entra in campo, sembra essere solo.

È lui che corre.

È lui che sbaglia un passaggio.

È lui che segna.

È lui che affronta un avversario, prende una decisione, reagisce a una sconfitta o festeggia una vittoria.

Ma dietro ogni giovane calciatore esiste una squadra che non compare nella distinta di gara.

Una squadra invisibile.

Fatta di allenatori, famiglia e società.

Tre mondi diversi.

Tre responsabilità diverse.

Un unico obiettivo:

aiutare quel ragazzo a crescere.

Quando questi tre mondi lavorano nella stessa direzione, il calcio può diventare uno strumento straordinario.

Quando invece iniziano a tirare il ragazzo da parti opposte, proprio lui rischia di trovarsi nel mezzo.

Ed è forse questa una delle sfide più importanti di tutto il calcio giovanile.


Il ragazzo non deve scegliere da che parte stare

Immaginiamo una situazione molto comune.

Durante la partita l’allenatore chiede:

“Gioca semplice.”

Dalla tribuna arriva una voce:

“Vai! Saltalo!”

Il ragazzo ha il pallone tra i piedi.

Pochissimi secondi per decidere.

Da una parte il mister.

Dall’altra il genitore.

E nel mezzo c’è lui.

Può sembrare un episodio insignificante.

Ma ripetuto ogni settimana rischia di generare una grande confusione.

Perché un giovane calciatore non dovrebbe mai essere costretto a decidere quale adulto ascoltare.

Durante l’allenamento e la partita deve avere un riferimento tecnico chiaro.

La famiglia resta fondamentale.

Ma con un ruolo diverso.

Il problema non nasce quando gli adulti vogliono aiutare. Nasce quando tutti cercano di allenare contemporaneamente lo stesso ragazzo.


Il ruolo dell’allenatore: insegnare

L’allenatore è la persona a cui viene affidata la parte tecnica e sportiva del percorso.

Deve programmare.

Osservare.

Correggere.

Valutare.

Pretendere.

Ma soprattutto insegnare.

E insegnare nel calcio giovanile significa molto più che scegliere un modulo.

Significa capire quando intervenire.

Come spiegare un errore.

Quando alzare il livello della richiesta.

Quando incoraggiare.

Quando un ragazzo ha bisogno di essere responsabilizzato e quando, invece, ha bisogno di essere protetto da una pressione eccessiva.

Un allenatore può cambiare il modo in cui un ragazzo vede se stesso.

Per questo ogni parola ha un peso.

Dire:

“Hai sbagliato questa scelta”

è completamente diverso dal dire:

“Non sei capace.”

Nel primo caso correggiamo un comportamento.

Nel secondo rischiamo di definire la persona.

Ed è una differenza enorme.


Il ruolo della famiglia: essere un porto sicuro

Poi ci sono mamma e papà.

Le persone che vivono ogni emozione con un’intensità che difficilmente un allenatore potrà comprendere fino in fondo.

Quando il figlio segna, sono felici.

Quando viene sostituito, soffrono.

Quando non gioca, vorrebbero proteggerlo.

Quando torna a casa deluso, vorrebbero trovare immediatamente una soluzione.

È naturale.

Ma proprio perché l’amore è enorme, il ruolo della famiglia può essere decisivo.

A volte ciò di cui un ragazzo ha bisogno dopo una partita non è un’altra analisi tecnica.

Ne ha appena vissuta una.

Magari il mister gli ha già spiegato cosa è andato bene e cosa no.

Fuori dal campo può avere bisogno semplicemente di sentirsi figlio.

Non ancora calciatore.

Una frase semplicissima può valere più di cento consigli:

“Ti sei divertito?”

Oppure:

“Sono contento di averti visto giocare.”

Il valore di un figlio non può dipendere dalla partita che ha appena disputato.

E lui deve sentirlo chiaramente.


Il viaggio verso casa non dovrebbe diventare un secondo spogliatoio

Molti giovani calciatori conoscono bene quella scena.

Portiera chiusa.

Macchina accesa.

E inizia l’analisi.

“Perché hai passato lì?”

“Dovevi tirare.”

“Quello non è più forte di te.”

“Il mister ti ha tolto troppo presto.”

“Non capisco perché giochi lui.”

Magari tutto nasce dall’intenzione di aiutare.

Ma per il ragazzo il viaggio verso casa può trasformarsi nella continuazione della partita.

Non riesce mai davvero a staccare.

Prima deve soddisfare l’allenatore.

Poi deve soddisfare il genitore.

E lentamente il calcio rischia di diventare una verifica continua.

Non significa che un genitore non possa parlare di calcio con proprio figlio.

Significa scegliere come e quando farlo.

E soprattutto lasciare spazio alla sua percezione.

Provare a chiedere:

“Tu come pensi di aver giocato?”

La risposta può essere sorprendente.

Perché insegna al ragazzo a valutarsi.

E un calciatore capace di analizzare autonomamente la propria prestazione sta già diventando più maturo.


La società deve creare l’ambiente

Tra allenatore e famiglia esiste poi un terzo soggetto.

La società.

Ed è probabilmente quello che dovrebbe garantire l’equilibrio.

Una società non può limitarsi a formare squadre, iscrivere campionati e distribuire materiale tecnico.

Deve costruire una cultura.

Deve decidere quali comportamenti siano accettabili.

Come devono comunicare gli allenatori.

Come vengono gestite le difficoltà.

Che rapporto si vuole instaurare con le famiglie.

Quali valori devono respirare i ragazzi ogni volta che entrano al campo.

Perché l’ambiente educa.

Sempre.

Anche quando non ce ne accorgiamo.

Se un bambino vede adulti che insultano l’arbitro, imparerà qualcosa.

Se vede allenatori che rispettano l’avversario, imparerà qualcosa.

Se vede genitori applaudire anche un bel gesto della squadra avversaria, imparerà qualcosa.

Se vede una società intervenire quando vengono superati certi limiti, imparerà qualcosa.

I ragazzi ascoltano quello che diciamo, ma osservano soprattutto quello che facciamo.


Allenatore e genitore non devono essere amici. Devono essere alleati

Non è necessario essere sempre d’accordo.

Anzi.

Ci saranno inevitabilmente decisioni che un genitore non comprenderà.

Una convocazione.

Una posizione in campo.

Una sostituzione.

Un minutaggio.

Una scelta tecnica.

È normale.

L’errore sarebbe pensare che ogni disaccordo debba trasformarsi in uno scontro.

Allenatore e famiglia possono avere punti di vista diversi e restare comunque dalla stessa parte.

Quella del ragazzo.

Quando c’è un problema, bisogna parlarne nei luoghi corretti.

Con tranquillità.

Lontano dal ragazzo, quando possibile.

E soprattutto evitando di delegittimare l’altra figura.

Perché se un genitore ripete continuamente:

“Il mister non capisce niente”

il ragazzo inizierà inevitabilmente a guardare quell’allenatore in modo diverso.

E se un tecnico parla male dei genitori davanti al ragazzo, commette lo stesso errore al contrario.

In entrambi i casi il ragazzo viene messo in mezzo a un conflitto che non gli appartiene.


Proteggere non significa eliminare ogni difficoltà

Questo è uno degli aspetti più complicati dell’essere genitori.

Vogliamo evitare che i nostri figli soffrano.

Ma nel percorso sportivo alcune difficoltà sono necessarie.

Una panchina.

Una partita sbagliata.

Un compagno che in quel momento sta facendo meglio.

Una critica dell’allenatore.

Una sconfitta.

Non tutto deve essere immediatamente risolto dagli adulti.

A volte bisogna lasciare che il ragazzo trovi da solo una parte della risposta.

Naturalmente restando presenti.

Osservando.

Intervenendo quando realmente necessario.

Ma senza trasformare ogni ostacolo in un problema da eliminare.

Perché crescere significa anche sviluppare gli strumenti per affrontare qualcosa che non ci piace.

Se togliamo continuamente ogni difficoltà dal percorso di un ragazzo, rischiamo di togliere anche alcune delle occasioni più importanti per maturare.


Anche gli allenatori devono saper ascoltare le famiglie

Il dialogo, però, non può funzionare in una sola direzione.

Anche un allenatore deve avere l’umiltà di ascoltare.

Un genitore conosce aspetti del ragazzo che il tecnico può non vedere.

Magari sta attraversando un periodo difficile a scuola.

Ha vissuto un cambiamento familiare.

È particolarmente stanco.

Ha perso sicurezza.

Ci sono situazioni in cui una breve informazione può aiutare l’allenatore a interpretare meglio un comportamento.

Collaborare non significa entrare nelle competenze altrui.

Significa condividere ciò che può essere utile al benessere del ragazzo.

E una società intelligente dovrebbe favorire questo dialogo.

Non alimentare muri.


La domanda più pericolosa: “Ha vinto?”

È probabilmente una delle prime domande che facciamo.

Ed è normale.

Il risultato fa parte dello sport.

Ma proviamo a immaginare cosa succederebbe se cambiassimo progressivamente le domande.

Invece di:

“Quanto avete fatto?”

potremmo chiedere:

“Come hai giocato?”

Invece di:

“Hai segnato?”

potremmo chiedere:

“Hai provato qualcosa che stavate allenando?”

Invece di:

“Il mister ti ha fatto giocare?”

potremmo chiedere:

“Cosa hai imparato oggi?”

Il risultato resterà.

Non dobbiamo cancellarlo.

Ma smetterà di essere l’unico parametro attraverso cui valutiamo l’esperienza.

E probabilmente anche il ragazzo inizierà a percepirlo in modo diverso.


Attenzione al talento: può diventare pressione

Quando un ragazzo è particolarmente bravo, cambia anche il comportamento degli adulti.

Arrivano i complimenti.

Le aspettative.

I paragoni.

“Questo farà strada.”

“È il più forte.”

“Deve andare in una società importante.”

Frasi pronunciate magari con orgoglio.

Ma che possono diventare un peso.

Perché un ragazzo può iniziare a sentirsi obbligato a confermare continuamente quell’etichetta.

E allora un errore non è più soltanto un errore.

Diventa una minaccia alla propria identità.

Per questo anche con i ragazzi più talentuosi serve equilibrio.

Complimentarsi per il lavoro.

Per l’impegno.

Per una scelta corretta.

Per il coraggio di provare.

Non soltanto per il gol.

Il talento va accompagnato, non caricato di aspettative.


E attenzione anche a chi sembra essere indietro

Lo stesso vale al contrario.

Un ragazzo che oggi gioca meno o appare meno pronto non deve sentirsi etichettato.

Famiglia, allenatore e società devono evitare sentenze premature.

“Non è portato.”

“Non ha carattere.”

“È troppo piccolo.”

“Non è da questo livello.”

I giovani cambiano.

Molto.

Fisicamente.

Mentalmente.

Tecnicamente.

Un ambiente sano deve dare tempo.

Non aspettare all’infinito senza pretendere miglioramenti, ma nemmeno decidere troppo presto chi può diventare cosa.

La crescita non segue un calendario identico per tutti.


Quando i tre adulti remano nella stessa direzione

Immaginiamo ora uno scenario diverso.

Il mister corregge.

Il ragazzo ascolta.

Il genitore sostiene.

La società stabilisce regole chiare.

Il giovane sbaglia una partita.

Nessuno lo umilia.

Si analizza l’errore.

Si torna ad allenarsi.

Il ragazzo non gioca.

L’allenatore gli spiega perché.

La famiglia lo aiuta a reagire.

La società vigila perché il percorso sia serio.

Arriva una bella prestazione.

Si festeggia.

Ma senza trasformarla in una consacrazione.

Arriva una sconfitta.

Si accetta.

E si ricomincia.

Questa è la squadra invisibile.

Non significa essere sempre perfetti.

Significa provare ad avere una direzione comune.


Al Real Taras vogliamo costruire un patto

Il rapporto tra società e famiglia non dovrebbe iniziare e finire con una quota d’iscrizione.

Quando una famiglia affida un ragazzo al Real Taras nasce una responsabilità reciproca.

Noi dobbiamo offrire serietà.

Programmazione.

Competenze.

Rispetto.

Comunicazione.

La famiglia deve aiutarci a proteggere il percorso del ragazzo.

Sostenendo senza sostituirsi.

Chiedendo chiarimenti quando serve, ma rispettando ruoli e tempi.

E il ragazzo deve essere progressivamente responsabilizzato.

Perché anche lui ha un compito.

Allenarsi.

Ascoltare.

Rispettare.

Provare.

Sbagliare.

Crescere.

Non vogliamo famiglie spettatrici.

E non vogliamo nemmeno famiglie trasformate in staff tecnici paralleli.

Vogliamo alleati.


Quando c’è fiducia, il ragazzo gioca più libero

Alla fine tutto porta qui.

Un ragazzo che sente di avere adulti solidi intorno può permettersi di sbagliare.

Può provare una giocata.

Può affrontare una difficoltà.

Può perdere.

Può non essere il migliore.

Può vivere una panchina.

Può attraversare un periodo meno brillante.

Perché sa che nessuno smetterà improvvisamente di credere in lui.

Questa sicurezza non rende un ragazzo meno competitivo.

Al contrario.

Gli permette di competere senza la paura costante di deludere qualcuno.

E un giovane calciatore libero dalla paura di sbagliare ha molte più possibilità di imparare.


La vera squadra non finisce sulla linea laterale

Durante una partita vediamo undici giocatori.

Una panchina.

Uno staff.

Ma la vera squadra è molto più grande.

Ci sono le famiglie.

I dirigenti.

Gli allenatori.

Le persone che organizzano.

Chi accompagna.

Chi ascolta.

Chi corregge.

Chi aspetta.

Chi consola.

Chi pretende.

Chi ogni giorno contribuisce, anche con un piccolo gesto, a creare l’ambiente nel quale un giovane calciatore sta crescendo.

Per questo dovremmo ricordarci tutti una cosa.

Il ragazzo è il protagonista. Noi adulti siamo il suo contesto.

E il nostro compito non è vivere il calcio al posto suo.

È costruire intorno a lui le condizioni perché possa viverlo nel modo migliore possibile.

Allenatore, famiglia e società non devono chiedersi chi abbia ragione.

Devono chiedersi più spesso:

“Questa cosa sta aiutando il ragazzo a crescere?”

Se la risposta è sì, probabilmente stiamo andando nella direzione giusta.

Perché quando gli adulti remano insieme, il ragazzo può finalmente fare ciò che dovrebbe fare più di ogni altra cosa:

giocare, imparare e diventare un po’ più grande.


REAL TARAS
Formiamo calciatori. Cresciamo ragazzi.

 

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